Sua Realtà la SOLIDARIETA’

 «Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa.  La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te». John Donne, Da Meditazione XVII

Non fa in tempo ad arrivare una crisi globale che già ci sentiamo addosso migliaia di mani che cercano di tiraci verso di loro, mettici pure un paio di schiaffoni venuti dal nulla a tradimento, che ci tramortiscono, e senza accorgercene ci ritroviamo con la maglietta a brandelli.

E intenti a raccogliere e a rimettere insieme i cocci della nostra coscienza frantumata il ricordo sbiadito di tutte quelle mani che ci volevano aleggia su di noi con fare ipnotico lasciandoci vagamente turbati.

E lasciandoci anche preda di potenziali sfruttatori del dolore, contro cui occorrono abili ragionamenti, o preda del proprio Ego che per difendersi chiude ogni apertura verso l’esterno.

Fermarsi un po’ e guardarci dentro, chi siamo, cosa vogliamo, come vogliamo che sia il mondo, come e quanto possiamo farlo, con chi farlo e quanta fiducia ci dà, ci potrebbe portare invece ad assecondare serenamente alcune richieste.

Cosa che ci salverà dai predatori citati e salverà la nostra anima dal precipitare in quel vorticoso buco nero che è il senso di colpa, il nostro cervello dal rischio di essere fritto dal continuo bombardamento di struggenti appelli, il nostro cuore dall’imminente esplosione per l’ansia.

Siamo stati solidali oppure abbiamo agito giusto per barattare un po’ di tempo di pace per il nostro animo?

L’una non esclude l’altra, anzi.

L’uomo è un animale sociale” come scriveva Aristotele e come confermano gli innumerevoli studi sulla mente. Siamo fatti per stare insieme. Da soli non potremmo nemmeno conoscere noi stessi, non essendoci l’altro a farci da specchio.

Già esistere in due nello stesso spazio (che sia una stanza o che sia la Terra) implica tutta una serie di azioni e di reazioni tra psiche differenti che ci rendono, inevitabilmente, dipendenti l’uno dall’altro.

Anche pensare di scegliere di “non voler dipendere” rimane comunque una scelta “dipesa” dalla presenza dell’altro, così tutto quello che poi ne deriva.

Al di là delle struggenti esagerazioni delle comunicazioni mediatiche, le sensazioni spiacevoli che derivano dall’assistere a difficoltà altrui ci fanno da campanello d’allarme per la presenza di squilibri in realtà di cui ci sentiamo parte (“appartenenza” da non confondere col possedere o l’essere posseduti).

Possiamo essere tristi per il destino degli altri o anche aver paura delle più o meno remote ricadute verso di noi.

Emozioni che poi ci porteranno a scegliere una fra le tante strade che la nostra mente è in grado di elaborare per difenderci dal dolore: dall’indifferenza alla negazione, dalla lotta, più o meno pacifica, al cedimento, dallo screditamento degli altri all’autosvalutante “non posso farci niente”, fino alla ricerca o alla costruzione estenuante di solide roccaforti di razionalità.

Non siamo soli, e quello che vive “l’altro” ha ricadute sui nostri pensieri e sulle nostre azioni. E “l’altro” siamo anche noi. La cosa ci fregia di una certa “responsabilità” nonché di un certo senso di autoefficacia (della percezione della nostra capacità di incidere sulle cose), ricadendo infine sulla nostra autostima.

Le reazioni a quello che viviamo ci legano quindi, come fossimo un tutt’uno, come fossimo qualcosa di compatto, intero, pieno.  Un “Solidum”, insomma, come dicevano i latini.

Questa parola fu usata soprattutto in quelle prime forme, tutte laiche, di tutela della convivenza civica: il diritto romano.

L’obbligazione in solido, di romana memoria, fu la prima forma di solidarietà propriamente detta: In diritto, modo di essere di un rapporto obbligatorio con più debitori o con più creditori, caratterizzato dal fatto che la prestazione può essere richiesta a uno solo o adempiuta nei confronti di uno solo, avendo effetto anche per gli altri” (dizionario Treccani.it).

Una specie di “Tutti per uno e uno per tutti” giuridico.

Ricordando i tre moschettieri non a caso, perché sarà poi durante la Rivoluzione francese, che questa solidarietà uscirà dagli uffici legali per diventare moschettiere del popolo e dare man forte alla prode fraternité nazionale che già tentava di mettere insieme più persone contro i soliti pochi che abusavano del potere di governare.

Tutti fratelli, figli della stessa Nazione e quindi legati dalle stesse origini, dalla stessa identità e dallo stesso destino. Le azioni di uno ricadevano sugli altri, così come i benefici perseguiti.

Finita la rivoluzione, la Solidarietà troverà maggiore spazio nelle pagine del libro più in voga di quel periodo: il Dictionnaire de l’Académie Francaise.

Qui la definizione del 1694 di  “Impegno in virtù del quale due o più persone si obbligano le une per le altre, e ognuna per tutte, se si rende necessario nel 1835 si estenderà oltre i confini del contratto divenendo anche “responsabilità reciproca che si stabilisce tra due o più persone“.

Saranno poi intellettuali, come Comte e Durkheim, a darle lustro collocandola ovunque ci fosse vicinanza e dipendenza tra le persone, dalle comunità ai legami tra le sempre più frammentate tipologie di lavoro, fino a farla diventare presupposto per la realizzazione della giustizia.

E a proposito di lavoro, le lotte operaie della seconda metà dell’‘800 la richiameranno come guida per difendersi dallo sfruttamento e per rivendicare uguaglianza giuridica ed economica.

Dagli orrori delle due guerre mondiali poi, anche tra le Nazioni, nasceranno sentimenti di vicinanza per il comune dolore passato, nonché la necessità di trovare un fondamento comune che leghi, per una pace duratura.

Collaborazioni, accordi, contratti e trattati, come per esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, collegheranno molte nazioni tra loro e poggeranno le basi per la difesa e le rivendicazioni di molte categorie considerate “deboli” (es: donne, minori, anziani), senza distinzioni nazionali.

In seguito, se da una parte il futuro globale, consumistico, tecnologico e virtuale, sembra creare famiglie, individui e lavoratori sempre più isolati e in competizione, dall’altra sembra aumentare le “connessioni” basate su idee, propositi, bisogni, credenze, valori, sentimenti.

L’attuale definizione di solidarietà sintetizza queste unioni globali nell’ “Atteggiamento spontaneo, o concordato, rispondente a una sostanziale convergenza o identità di interessi, idee, sentimenti”, in un “rapporto di fratellanza e di reciproco sostegno”. (vd Oxford Languages in Google e Treccani.it)

Non solo condizioni di sofferenza e crisi, che generano cicatrici come fossero marchio distintivo del genere vivente e ci richiamano a definire la nostra identità e le nostre responsabilità, ma anche, quindi, senso di appartenenza e identificazione, definiti anche da ciò a cui si vuole dare risalto e rendergli giustizia, cercando di portarlo nel posto che si crede meriti, secondo il principio “l’unione fa la forza”.

Un luogo dove la Solitudine è bandita!

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