OLTRE IL MURO DEL CARATTERE

Spesso si tende inconsapevolmente a giustificare un comportamento rassegnandosi all’idea che dipenda dal carattere. “Sono fatto così!” o “E’ il mio carattere” sono lodevoli modalità di chiedere scusa e al contempo ci definiscono. Ma purtroppo impediscono quel cambiamento che potrebbe migliorare alcune nostre relazioni.

A volte può capitare di percepire del giudizio per alcuni nostri comportamenti. Se tale giudizio è ricorrente e perdipiù rende precarie molte nostre relazioni ci si rassegna all’idea di essere fatti in un certo modo e per chiedere scusa mettiamo davanti, come fosse una inesorabile condanna divina, il nostro carattere.

La cosa positiva è che il carattere non è qualcosa che viene dall’ “esterno” e quindi con vita propria, né qualcosa di onnipotente che ci governa e ci dirige. Esso è una delle tante peculiarità del nostro essere di cui siamo proprietari e su cui possiamo “metterci mano”.

Ovviamente, come per ogni buon lavoro di creazione o cambiamento, occorre faticare un po’.

Il carattere è come una struttura che è venuta erigendosi e consolidandosi nel corso degli anni attraverso una molteplicità di processi che hanno visto interagire tra loro fattori innati, educativi, relazionali ed ambientali. Quindi anche emotivi, cognitivi e motivazionali.

(Il termine carattere a volte è usato come sinonimo di personalità o temperamento, molti studiosi tendono invece a distinguere i tre termini in base a origine, dimensione e qualità).

Da ciò se ne deduce che il carattere non è altro che uno dei tanti prodotti frutto del silenzioso lavoro di quella nostra grande officina che è la mente, un mondo interiore ricco di attrezzi e macchinari. Un prodotto finale, ossia le nostre tipicità comportamentali, che ci guida in maniera automatica, senza bisogno di farci perdere tempo a riflettere, in molte delle nostre azioni e reazioni. Automatismi derivati dall’abitudine a rispondere sempre in un certo modo, legati al nostro modo di sentire e alle nostre emozioni dominanti che fanno da benzina.

Spesso tendiamo erroneamente ad indentificarci con questi automatismi totalmente, confondendo il nostro essere nella sua globalità con il carattere, come se un pilota fosse il suo veicolo. In questo caso identificato come il veicolo preferito con tanto di pilota automatico attivo.

Una “preferenza”, che ci rende totalmente assorbiti e assoggettati, che nei momenti in cui ci accorgiamo di andare in una direzione sbagliata rispetto a quello che richiede la mappa, ci dimentichiamo che potremmo attivare il pilota manuale e gestire quindi, noi, tutti gli strumenti a disposizione di cui è dotato il veicolo.

Una cosa è il prodotto, un’altra cosa è il suo modo di gestirlo, così come una struttura non è un processo.

Parti del prodotto, quindi, le potremmo migliorare, sostituire o aggiungere, lavorandole in quell’officina che è la nostra mente. Magari facendoci anche aiutare da qualche “meccanico” esperto (Psicologo).

Purtroppo, però, in tempi e situazioni dove bombardamento cognitivo e alienazione sovrastano sul nostro quotidiano, diventa sempre più difficile fermarsi per mettersi al lavoro e concentrarsi sul pilota manuale.

Comunque sia la possibilità di fermarci, capire, apprendere, migliorare, cambiare, esiste!

E se possiamo allora la questione si sposta sul “Vogliamo?”.

La “favola” del carattere andrebbe sostituita dal “saggio” sulla volontà.

Essere e fare sono una cosa, come voglio essere e come voglio fare invece implicano delle SCELTE, che possiamo prendere in mano.

La consapevolezza di avere delle scelte prima e la conoscenza di queste poi sono la prima strada verso il cambiamento.

Ma per un efficace cambiamento, la volontà dovrebbe andare a braccetto con altri fattori:

  • Bisogno e motivazione, strettamente legati alla volontà.
  • Autoefficacia, ossia ridimensionare l’importanza che si è data al carattere e rimetterci davanti a questo.
  • Psicodiagnostica sul carattere, ossia conoscenza dei propri automatismi (cosa che ci darà la possibilità di decidere se è il caso di usarli o se invece occorrerà attivare il “comando manuale”). 
  • Intelligenza emotiva, ossia conoscere e riconoscere le proprie emozioni.
  • Il tempo, quindi la pazienza (quindi il respiro).
  • Le risorse e gli strumenti cognitivi richiesti via via. Il sapere di averli e conoscerli diventa alleato della volontà.
  • L’esercizio, mentale e pratico.
  • La fatica, senza la quale nessun buon lavoro uscirà.
  • Il coraggio di farlo.

Emozioni, cognizioni e relazioni nuovamente al lavoro per nuove dimensioni del carattere.

E tu che carattere hai?

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